The Baseball 100: No. 85, Sadaharu Oh

Disclaimer: il pezzo tradotto fa parte della serie “Baseball 100” scritta da Joe Posnanski per la testata The Athletic, qui trovate l’originale (subs. req’d).

La nostra storia di Sadaharu Oh non comincia con lui, ma con un giocatore di baseball che probabilmente non conoscete. Il suo nome era Hiroshi Arakawa. Era un uomo piccolo, superava di poco i 160 cm, non aveva un grande talento naturale, la velocità era sospetta e la potenza quasi nulla. Batté .251 nell’arco della sua carriera nella Japanese Pacific League.

Charlie Lau batté .255 in carriera nelle big leagues.

Walt Hriniak batté .253 in carriera nelle big leagues.

Charlie Manuel batté .198 in carriera nelle big leagues.

Forse avrete intuito dove vogliamo andare con questi numeri.

Tanti fra i migliori hitting coaches della storia del baseball non erano di per sé dei grandi battitori.

Ad un certo punto della sua carriera Arakawa rimase affascinato dall’Aikido, l’arte marziale giapponese che potremmo tradurre come “il percorso verso l’armonia dello spirito.”

Ad essere sinceri però può essere tradotta in tante altre forme. Sostanzialmente: “Ai” significa “armonizzarsi o riunirsi”; “Ki” significa “mente, anima, spirito” e “Do” significa “la via o il percorso”. La gente mette insieme queste parole in maniera diversa, ma insomma ne avrete capito il significato generico. Aikido è un’arte marziale, una religione, una filosofia sul raggiungimento dell’armonia dell’anima.

C’è una bellissima storia che racconta di quando Arakawa incontrò il leggendario sensei Morihei Ueshiba, il fondatore dell’Aikido. Arakawa fu introdotto come un famosissimo giocatore di baseball, ma la cosa lasciò il fondatore alquanto disinteressato. Ueshiba non conosceva il baseball o nessuna delle sue regole. Inizialmente confuse il baseball con una vecchia terapia medica dal nome molto simile, che comportava la combustione di un certo tipo di pianta chiamata artemisia sulla pelle.

Dopo che Arakawa ed il suo gruppo spiegarono sommariamente a Ueshiba le regole principali del baseball, questi rispose, “Ma per un’attività di questo tipo, perché non utilizzate semplicemente una bella spada giapponese?”

La vita di Arakawa cambiò istantaneamente. Capì in quel momento che prepararsi a battere una palla da baseball era esattamente come allenarsi con una spada giapponese. Richiedono la stessa disciplina, la stessa forza di volontà, lo stesso livello di pace interiore. Arakawa a quel punto aveva 30 anni, quasi tutti spesi come giocatore, ma ora aveva un nuovo percorso da seguire. Voleva insegnare ai ragazzi più giovani il modo corretto e migliore di colpire una pallina da baseball.

Nel gennaio 1962, qualche mese dopo la sua ultima partita, fu assunto come hitting coach dagli Yomiuri Giants.

I Giants avevano nelle proprie fila un talentuoso ma inconcludente ragazzo, a cui piaceva fare festa più che altro, di nome Sadaharu Oh.

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The Baseball 100: No. 87, Charlie Gehringer

Disclaimer: il pezzo tradotto fa parte della serie “Baseball 100” scritta da Joe Posnanski per la testata The Athletic, qui trovate l’originale (subs. req’d).

Charlie Gehringer non era il tipo da autocelebrazioni. Non lo è mai stato. I giornalisti dell’epoca lo adoravano per questo. E poi non lo fecero più. E più tardi ancora, lo amarono di nuovo. È una storia particolare.

La storia stessa di Gehringer non era invece poi così particolare. Non avrebbe potuto essere più costante, né sul campo, né fuori. Lo chiamavano “The Mechanical Man” perché semplicemente si presentava al campo e giocava a baseball. Non parlava. Non si lamentava. Non si esaltava. Non cercava la notorietà. Voleva solo giocare, e farlo bene; questo è dove la sua storia inizia e dove finisce.

“Accendetelo in primavera,” disse Lefty Gomez a riguardo di Gehringer, “spegnetelo in autunno e, in mezzo a tutto questo, lui batte .340.”

I cronisti lo amavano proprio per questo motivo: cosa c’era di più attraente di un tipo forte-e-silenzioso come lui? Hollywood ha realizzato migliaia di film su quel tipo di eroe come Gehringer. Dal 1927 al 1940, Gehringer batte .329/.411/.497, giocando una terrifica difesa in seconda e rubando qualche base. Ma più di tutto ciò, era la sua costanza, stagione dopo stagione, senza sentirne mai un singolo lamento.

Quando vinse il premio di MVP nel 1937 giocando una stagione sinistramente simile a tutte la altre, rimase tipicamente silente. Il Detroit Free Press si fece avanti al suo posto con un editoriale in cui veniva definito “un gentleman, un figlio devoto ed un ottimo cittadino a tutto tondo… la cui abilità artistica nei pressi della seconda base è seconda solo sua modestia dentro e fuori dal campo.”

I giornalisti scrivevano storie di questo tipo su di lui praticamente ogni altro giorno. Come fai a non amare una superstar che non si comporta da superstar?

Charlie Gehringer cresce in una fattoria a Fowlerville, Michigan – “una piccola cittadina di circa 1,200 abitanti nella contea di Livingston,” spiegava il Free Press – e l’unica cosa di cui il giovane Gehringer era sicuro era quella di non voler spendere il resto della sua vita in quella fattoria.

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The Baseball 100: No. 94, Roy Campanella

Disclaimer: il pezzo tradotto fa parte della serie “Baseball 100” scritta da Joe Posnanski per la testata The Athletic, qui trovate l’originale (subs. req’d).

Roy Campanella fu il sesto giocatore afroamericano nelle Major Leagues. Spesso viene ignorato quando le persone parlano dell’integrazione nello sport, ma era lì agli inizi, quando il destino di ciò che Branch Rickey chiamava “Il Grande Esperimento del Baseball” era ancora una domanda aperta.

Cinque giocatori afroamericani giocavano nelle big leagues nel 1947. Quello che la gente tende a dimenticare è che quattro di quei cinque, sino a quel punto, non ebbero alcun successo. Tutti sanno che Jackie Robinson fu una star immediata appena mise piede nella lega. Vinse il premio di Rookie dell’anno. E guidò i Dodgers al pennant (i.e. la vittoria della propria Lega).

Ma Larry Doby, il primo afroamericano nella American League, inizialmente faticò. Batté solo .156 in 29 partite. I St. Louis Browns firmarono due giocatori dai Kansas City Monarchs. Uno di loro, Willard Brown, divenne il primo afroamericano a battere un home run nella American League; l’altro, Hank Thompson, divenne il primo afroamericano a battere un triplo nella American League. Ma a parte questo, entrambi faticarono e furono rilasciati dopo circa un mese. *

* Brown fu una star sia nelle Negro Leagues che in altri paesi, come Cuba, al punto che fu poi inserito nella Baseball Hall of Fame. Thompson ritornò nelle big leagues con i Giants nel 1949 e fu un giocatore chiave nella vittoria del pennant del 1951 e delle World Series del 1954.

Infine, ci fu la triste storia di Dan Bankhead. Fu il primo lanciatore afroamericano. Suo figlio raccontò che lanciò tutta la breve carriera con la paura mortale di colpire un battitore avversario e scatenare una rivolta. Lanciò in sole quattro partite e fu rispedito nelle leghe minori; non ci sarebbe stato nessun altro lanciatore di colore fino a che al leggendario Satchel Paige fu data una chance da Cleveland a 41 anni.

Con l’inizio della stagione 1948 non c’era nessuna fretta da parte delle squadre di firmare giocatori afroamericani. Infatti, solamente in due furono promossi nelle big leagues quell’anno. Uno fu il già citato Paige, che esordì il 3 agosto davanti a 72,434 persone – era già allora uno degli atleti più famosi del Paese. La gente aveva sentito delle storie leggendarie su di lui da praticamente sempre.

L’altro fu Roy Campanella.

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Surviving The Shuffle

Disclaimer: il pezzo è stato tradotto da un longform scritto da Rich Cohen per Sports Illustrated, qui trovate l’originale.

Dopo aver flirtato con la storia, i Chicago Bears del 1985 sfidarono il destino con un memorabile video musicale.

Nell’autunno del 1985 i Chicago Bears, quelli che qualcuno di noi considera la più grande squadra sportiva di sempre, una squadra con al proprio interno quattro Hall of Famers – cinque, se contiamo anche l’allenatore, Mike Ditka – in mezzo ad una delle stagioni più dominanti della storia NFL e diretti ad una schiacciante vittoria al Super Bowl XX, sfidarono la sorte nel modo più grandioso e sfacciato che si possa immaginare.

Era la mattina seguente a quella che sarà l’unica sconfitta stagionale – solamente poche ore dopo che l’aereo atterrò di ritorno da Miami – quando i Bears girarono il video conosciuto poi come “Super Bowl Shuffle”. I giocatori avevano registrato la canzone un mese prima circa.  Era il progetto del wide receiver Willie Gault, la sua via d’uscita, parafrasando i gangsters. Il 26enne Gault era stato uno sprinter di fama mondiale al college, membro della squadra americana che nel 1980 boicottò poi le Olimpiadi di Mosca. Gault era il razzo di quei Bears, specialista di tracce profonde che allungavano le difese avversarie. Il suo gioco però rispecchiava il suo carattere, elegante ma molle. Evitava i contatti e talvolta si lasciava sfuggire i palloni più importanti. Ma a quel punto, dopo aver sfiduciato chiunque, riceveva un punt o un passaggino innocuo e lo riportavo in meta.

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The Last Angry Men

Disclaimer: Questo articolo compare sul numero di Sports Illustrated del Settembre 6, 1993. Qui trovate l’originale.

Il più grande linebacker della storia del football afferra un pezzo di carne cruda con due bastoncini. Alza il boccone carnoso e osserva, lo posa nella sua bocca e lo mastica con gusto. Ripete poi lo stesso gesto con un’altra fetta di carne cruda e la mangia di nuovo. Ma Dick Butkus, l’uomo che una volta disse che il suo obbiettivo era quello di colpire il portatore di palla così forte da staccargli la testa, sta confutando tutti i miti questa sera. Dick Butkus sta mangiando sushi.

Veramente? Quella stessa mano che una volta, all’interno di mischie umane, cercava occhi da infilzare e arti da contorcere, adesso culla le bacchette che afferrano il delicato cibo giapponese. A fianco di Butkus il suo caro amico Steve Thomas, proprietario di una concessionaria BMW a Camarillo, in California, un uomo che si occupa di auto lussuose, più che altro. I due amici hanno appena finito di girare una pubblicità per la concessionaria di Thomas, in cui Butkus recita la parte di un meccanico così impressionato dalle capacità di una donna di sistemare un fastidioso rumore con un semplice colpo di cacciavite tanto dal farlo allontanare dal motore, dicendo “Io, uhm, prenderei un caffè,” sbattendo la testa sul cofano aperto nello stesso istante.

Dio santo. Butkus il buono a nulla? L’uomo vive a Malibu, un posto così vicino al vecchio Chicago Southside di Butkus come un pezzo di sushi e la salsa polacca. Non è Butkus quel selvaggio che una volta fu accusato di aver provocato tre diverse risse in una stessa partita contro i Detroit Lions nel 1969, colui che fu punito con quattro personal foul in una partita d’esibizione contro i St. Louis Cardinals nel 1970, che presumibilmente in un’altra accesa schermaglia morsicò… un arbitro? Dick Butkus, una vittima di Hotel California? Ditemi che non è così.

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La Partita Delle Loro Vite

Disclaimer: Questo articolo compare sul numero di Sports Illustrated del Aprile 7, 2014.

Per i giocatori, gli allenatori, ed addirittura per un arbitro, la finale NCAA del 1989 tra Michigan e Seton Hall portò gioie e crepacuore – proprio come le vite che seguirono.

A qualche centinaio di passi dal paradiso, un cartello stradale dice PRECAUCIÓN NIÑOS JUGANDO. Pericolo bambini nei paraggi. La città è Loìza, Porto Rico, e la strada porta ad una spiaggia sull’Oceano Atlantico. Ramón Ramos vive qui oggi. Ha sempre detto che una volta finita la sua carriera cestistica, sarebbe tornato a casa.

Il suo allenatore a Seton Hall, P.J. Carlesimo, credeva che Ramos, 203 centimetri per 104 kg di peso, vi sarebbe tornato in qualità di politico. “Lo paragonavo a Bill Bradley,” dice Carlesimo. “La gente di Porto Rico lo paragonava invece a Roberto Clemente.” Divenne amico degli inservienti della caffetteria e delle guardie di sicurezza. “Faceva in modo che chiunque si trovasse al suo fianco fosse a suo agio,” dice Mark Bryant, compagno di squadra al college e poi ai Trail Blazers. “Poteva parlare con qualcuno del ghetto. O avrebbe potuto andare alla Casa Bianca e cominciare una conversazione lì.”

Ramos, laureato in economia, sedeva nell’aula studio con una pila di libri sul banco e una matita appoggiata dietro ad un orecchio. La sua etica del lavoro lo aiutò ad essere premiato come Big East scholar-athlete of the year del 1989. Esortava i compagni a stare alla larga da quei professori di manica larga.

Aveva un futuro nella NBA, ma non sembrava importargli di fare canestro. Era più che soddisfatto nel fare il suo lavoro, portare blocchi per i compagni e strappare rimbalzi.

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Tre semplici parole: Too Many Men

Disclaimer: Questo articolo compare sul numero di Sports Illustrated del Maggio 12, 2014.

Un’epica serie di playoffs di 35 anni fa tra Boston e Montreal fu decisa dalla PIÚ IMPORTANTE PENALITÁ DELLA STORIA, una chiamata che cambiò per sempre entrambi gli emisferi della storica rivalità.

Anche se separate da 250 miglia, un confine e una lingua, Montreal e Boston sono estremamente simili. Fondate a 12 anni di distanza nella prima metà del 17esimo secolo, le città sono casa di rinnovate università, autisti che usano i semafori a loro piacimento, e distinti accenti, come rappresentati da aigu al posto della e nel cognome di Jean Béliveau, e dalla pronuncia “of number foah, Bobby Oah” [al posto di Orr]. Le due città hanno anche la sinistra abilità nel mischiare religione e hockey.

Mantenendo le origini Franco-Cattoliche di una città la cui architettura è caratterizzata dalla croce alta quasi 30 metri sopra il Monte Royal, i Canadiens pattinano in paramenti più che divise, bleu, blanc et rouges, spesso conosciuti come la Sainte-Flanelle (la Santa Flanetta). La spiritualità dell’hockey di Boston non è così evidente, ma a volte i Bruins hanno incarnato le peculiarità del Calvinismo del New England coloniale. Harry Sinden, general manager di lungo corso, in un famoso discorso esplorò il concetto di predestinazione quando elencò le certezze della vita: “La morte, le tasse e la prima penalità al Forum.”

Le poltrone dei teologi possono dibattere se il momento decisivo all’interno della più avvincente rivalità dell’hockey – Boston e Montreal hanno giocato 897 partite in 90 anni di storia – fosse stato quasi-sacro (“Non sapevamo se gli dei dell’hockey fossero ancora con noi,” dice il left winger dei Canadiens Steve Shutt) o tendente al profano (“Completamente fottuti,” dice il defenseman di Montreal Brian Engblom). Certo è che la matematica giocò un ruolo fondamentale.

Too Many Men. Tre piccole parole. Come Bucky “Fuckin” Dent, sul ghiaccio.

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A Long Road Back

Disclaimer: Questo articolo compare sul numero di Sports Illustrated del Luglio 7, 2014.

Dopo che un infortunio lo ha paralizzato, l’ex tight end dei Buffalo Bills, Kevin Everett, ha combattuto per imparare di nuovo a camminare e per eliminare qualsiasi sensazione di risentimento sostituendola con gioia e amore verso la sua famiglia ed i suoi amici.

In un piccolo ranch nei quieti sobborghi di Magnolia (pop. 1,467), nella zona sudorientale del Texas, un uomo di 32 anni spalma gentilmente olio di cocco sulle braccia di sua figlia, cercando di combattere l’ennesimo attacco di eczema. Più tardi, dopo una cena a base di spaghetti meatballs e uova, pulirà il pavimento della cucina e scherzerà sulla sua caotica vita in qualità di padre di tre vivaci bambine: le corse all’interno della casa, gli improvvisati fashion show e tutto il resto. “Spero che questo non ti spaventi nell’avere un figlio,” dice sorridendo ad un visitatore.

Ma facciamo chiarezza: Kevin Everett ama essere il padre di Famatta (5 anni), Faith (4) e Kelani (18 mesi). Assapora tutti i momenti insieme a loro. Educa gentilmente le sue bambine come suo nonno fece con lui. E loro ricambiano il suo amore. Quando vedono un graffio o sentono il loro padre tossire, cominciano a fare delle domande.

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L’inizio di una Dinastia

Disclaimer: Questo articolo compare sul numero di Sports Illustrated del Dicembre 29, 2014.

Come si saluta un gruppo di uomini, gli Steelers del 1974, 40 anni dopo aver rivitalizzato una franchigia, animato un’intera città e ridisegnato le gerarchie della NFL? Semplice: ti siedi e ascolti.

Come il 1776, l’anno 1974 ha visto la fondazione di una nazione: Steelers Nation. Quella stagione – 41 anni dopo che l’owner Art Rooney Sr. fondò quella che per decenni fu una delle franchigie più tristi e disperate della storia della lega – segnò l’alba del ciclo più vincente nella storia della Super Bowl era: quattro titoli nell’arco di sei stagioni. Oggi, sono passati altri quattro decenni e quella squadra del primo Super Bowl viene celebrata come quella che riuscì a rompere il ghiaccio, come quella che trasformò una perenne perdente in una delle franchigie modello del giorno d’oggi. Guidata dal coach-architetto Chuck Noll, Pittsburgh divenne conosciuta come la City of Champions negli anni ’70. Noll, che è venuto a mancare lo scorso giugno, rimane l’unico capo allenatore ad aver vinto per ben quattro volte il Super Bowl, ed insieme ad altri nove dei suoi giocatori di quell’annata del ’74 verrà per sempre ricordato all’interno della Pro Football Hall of Fame.

Dopo essere stato assunto come capo allenatore nel 1969, Noll guidò Pittsburgh ai playoffs nel ’72 e nel ’73, ma all’alba della stagione successiva, nessuno poteva immaginare che l’eventuale squadra del decennio stava per conquistare la lega. La stagione di Pittsburgh fu tutt’altro che una coronazione di quattro mesi, e nemmeno l’incredibile profondità del roster – fortificato da quella che viene ricordata come la miglior classe di rookies di tutta la storia – fu abbastanza per una navigazione tranquilla. Uno sciopero dei giocatori veterani fu indetto all’inizio dei vari training camp, le squadre si trovarono così a giocare le prime due (di sei) settimane di partite di esibizione con roster composti per lo più da giocatori al primo anno. Tra i primi veterani che decisero di chiudere lo sciopero c’era il terzo QB della depth chart, al terzo anno nella lega, Joe Gilliam, che si presentò al campo di allenamento e impressionò Noll con il suo braccio e atletismo. Lo sciopero si concluse il 10 agosto e quando Terry Bradshaw subì un infortunio verso la fine della preseason, Gilliam divenne il primo QB afro-americano a giocare da titolare e vincere una partita inaugurale della NFL.

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